I grassi animali non sono killer del cuore

03 settembre 2017 Carlo Gaudio Categories SaluteTags

Eccessivo l’allarme sul consumo di grassi. Lo ha dimostrato uno studio presentato al Congresso Europeo di Cardiologia di Barcellona

Si è chiuso a fine agosto a Barcellona il Congresso Europeo di Cardiologia che ha riunito più di 30.000 professionisti e specialisti, rappresentando la conferenza internazionale più importante nel campo della scienza, della prevenzione e cura delle malattie cardiovascolari.

In verità, poche sono state le novità nel campo delle cure farmacologiche della patologia che miete più vittime nel mondo. Al contrario, importanti quelle in campo preventivo, in particolare uno studio canadese che ha spiegato perché le continue raccomandazioni di limitare i grassi nell’alimentazione, per salvaguardare la salute del cuore, sono quantomeno eccessive.

Cosa emerge dallo studio
Un gruppo di qualificati ricercatori canadesi ha presentato i risultati del PURE (Prospective Urban Rural Epidemiology), uno studio osservazionale condotto dall’Università di Hamilton in Ontario che aveva come primo obiettivo l’analisi dell’impatto dell’urbanizzazione sulla prevenzione primordiale (come ad esempio l’attività fisica o l’alimentazione), sui fattori di rischio cardiovascolari (come l’obesità, la dislipidemia, l’ipertensione arteriosa) e dunque sull’insorgenza di malattie cardiovascolari.

Proprio nei giorni del Congresso, i risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla prestigiosissima rivista scientifica Lancet. Per poter arrivare a stabilire un’associazione tra l’assunzione di grassi e carboidrati e l’impatto sul sistema cardiovascolare, gli scienziati canadesi hanno analizzato le abitudini alimentari dei partecipanti allo studio, i quali dovevano riportare in un questionario la dieta seguita e lo stile di vita adottato. L’analisi è stata condotta su 135.335 soggetti, di età compresa tra i 35 ei 70 anni, arruolati tra il 2003 e il 2013, provenienti da 18 Paesi e da cinque Continenti, a basso medio e alto reddito.

In base ai questionari compilati, i ricercatori hanno suddiviso i soggetti in diverse classi a seconda della dieta seguita, che si distingueva in base alla percentuale di calorie fornite dai diversi nutrienti (carboidrati, grassi o proteine). I dati acquisiti sono stati poi messi in relazione con quelli relativi agli eventi e alla mortalità cardiovascolare. In totale, durante il periodo di follow-up dello studio, sono stati registrati 5.796 decessi e 4.784 eventi cardiovascolari

I risultati dell’analisi ha permesso ai ricercatori di osservare come gli individui inseriti nella classe ad alto consumo di carboidrati avessero un rischio di mortalità aumentato del 28%, rispetto a quelli appartenenti alla classe con più basso consumo di zuccheri. Al contrario, le persone inserite nella fascia alta per consumo di grassi mostravano una riduzione del 23% del rischio di mortalità totale ed in più anche una riduzione del 18% del rischio di ictus e del 30% del rischio di mortalità per cause non cardiovascolari. In questi stessi soggetti la riduzione del tasso di mortalità variava in relazione al tipo di grasso assunto: -14% per i grassi saturi; -19% per i grassi monoinsaturi; -29% per quelli polinsaturi.

I risultati dello studio sono stati considerati quasi sconvolgenti e del tutto inaspettati da Mahshid Dehghan, ricercatrice del Population Health Research Institute della McMaster University e prima autrice dello studio. La Dehghan ha dichiarato a Lancet che limitare l’assunzione di grassi non migliora la salute delle persone, che  invece potrebbe trarre grandi benefici se venisse ridotto l’apporto dei carboidrati al di sotto del 60% del fabbisogno energetico totale, magari aumentando l’assunzione di grassi fino al 35%.

Dati sconvolgenti dunque? Novità assolute? Non proprio…
Già 15 anni fa le carte del rischio della Società Europea di Cardiologia avvertivano cardiologi e medici che il rischio globale cardiovascolare aumenta sensibilmente negli individui affetti anche da diabete e, precisamente, raddoppia nell’uomo e si quadruplica per la donna, ponendo dunque una grande attenzione sull’eccesso di zuccheri nel sangue.

Esattamente tre anni fa il dottor Dwight Lundell, cardiochirurgo americano di fama mondiale (già primario chirurgo al Barner Heart Hospital di Mesa, Aizona), al termine della sua lunga carriera, dichiarava che lo stato di infiammazione delle arterie è causato in primis da un sovraccarico di zuccheri e da un eccessivo consumo di oli vegetali ricchi di omega 6 (come la soia, il mais, il girasole), purtroppo tutti cibi che giornalmente (soprattutto negli USA) vengono acquistati nei supermercati e che l’industria alimentare produce e promuove. Il dottor Lundell precisava che c’è solo un modo per ridurre l’infiammazione, responsabile del deterioramento arterioso e cardiaco, ed è quello di ritornare a consumare alimenti nel loro stato naturale o non trattati industrialmente, sottolineando che “non c’è nulla di scientifico quando vi dicono che i grassi sono la causa delle malattie cardiovascolari. Il colesterolo non è l’unica causa dell’infarto, né lo sono i grassi saturi.  L’infiammazione cronica causata da sovraccarico di carboidrati – concludeva Lundell – è la via maestra per le malattie cardiovascolari, l’obesità e l’ictus”.

Un anno fa, veniva pubblicata sulla prestigiosa e diffusissima rivista “Jama International Medicine” una ricerca che svelava il legame fra l’industria americana dello zucchero e diversi scienziati di punta, finanziati per “addolcire” (è il caso di dirlo) il legame tra i carboidrati e le malattie cardiache, indiziando invece i grassi animali come l’unico vero colpevole.

L’analisi, condotta su diversi documenti interni dell’epoca (migliaia di pagine di lettere e altre carte scoperte da un ricercatore dell’UCSF, Università di San Francisco, California) – pubblicata su Jama e rilanciata al grande pubblico dal New York Times e dalla CNN – sosteneva che cinque decenni di ricerche americane su alimenti e cardiopatie potrebbero essere state pilotate dall’industria dello zucchero. Veniva ad esempio citato il cospicuo finanziamento della Sugar Research Foundation, nel 1967, di una ricerca su zucchero, grassi e cardiopatie. I risultati di quello studio, sfavorevole ai grassi, sarebbero stati utilizzati dalla Sugar Research Foundation (oggi diventata Sugar Association) per pubblicizzare lo scarso legame tra zucchero e danni alla salute cardiaca, mettendo in primissimo piano il ruolo dei grassi saturi. Uno degli autori del lavoro, Stanton A. Glantz, docente dell’UCSF, dichiarava che i finanziamenti erano stati in grado di dirottare la discussione dallo zucchero per decenni.

Dieta vuol dire privazione? No, vuol dire equilibrio
In conclusione, per chi come noi non è incline alle mode, è utile ribadire dei semplici concetti, che rimangono basilari per una sana e corretta alimentazione e, dunque, per la prevenzione delle malattie cardiovascolari.

Ricordiamo innanzitutto che il termine dieta deriva dal greco δίαιτα, “modo di vivere”, cioè in questo caso regola nell’alimentazione, che deve essere inclusiva, ricca ed equilibrata. Basta con le diete privative, con le diete e i cibi “senza”.

Per noi Italiani, poi, il consiglio è banale. La nostra cultura secolare ha prodotto la dieta mediterranea, caratterizzata dall’equilibrio e dalla varietà dei componenti alimentari quali carboidrati, proteine e grassi. Per ciò che riguarda questi ultimi, importante è la qualità: sappiamo bene che quelli da privilegiare sono i grassi insaturi ed in particolare alcuni monoinsaturi (l’olio d’oliva) e polinsaturi (gli omega 3 del pesce e della frutta secca). La nostra dieta mediterranea, col giusto apporto anche di carni, uova e formaggi, ci protegge naturalmente dalle patologie cardiovascolari e tumorali.

“La dieta mediterranea è molto più che un semplice alimento. Essa promuove l’interazione sociale, poiché il pasto in comune è alla base dei costumi sociali e delle festività condivise da una data comunità, e ha dato luogo a un notevole corpus di conoscenze, canzoni, massime, racconti e leggende. La dieta si fonda nel rispetto per il territorio e la biodiversità, e garantisce la conservazione e lo sviluppo delle attività tradizionali e dei mestieri collegati alla pesca e all’agricoltura nelle comunità del Mediterraneo”. È con queste motivazioni che la dieta mediterranea, nel novembre 2010, è stata riconosciuta dall’UNESCO “Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità”.

Una regola alimentare per vivere bene, a lungo e in salute e non (come spesso avviene oltreoceano) una dieta dimagrante, effimera, confezionata a tavolino.

Carlo Gaudio
Comitato scientifico COSNALA